Museo Diocesano di Lipari
Le sette Isole Eolie, poste nel cuore del Mediterraneo, costituivano fino al 1986 una Diocesi a sé stante, che vantava l’onore di essere sede vescovile sin dai primi secoli dell’era cristiana.
Secondo la tradizione, infatti, il primo vescovo di Lipari sarebbe stato Sant’Agatone, che il 13 febbraio del 264 accolse il corpo dell’apostolo Bartolomeo, giunto miracolosamente sull’Isola attraverso il mare.
Sin da quell’epoca i Liparesi proclamarono San Bartolomeo loro patrono e, nonostante la preziosa reliquia – che fu oggetto di venerazione da più parti – venne traslata a Benevento a seguito dell’incursione dei Saraceni nel IX secolo, la devozione nei riguardi del Santo Apostolo andò sempre più aumentando; ancora oggi San Bartolomeo viene festeggiato solennemente quattro volte l’anno, a ricordo di eventi prodigiosi legati al suo patrocinio.
Oltre la tradizione locale, ad attestare l’antichità della Chiesa liparese sono alcune evidenze archeologiche (quali epigrafi funerarie ascrivibili agli inizi del V secolo) e la presenza di un Augustus episcopus ecclesiae Liparitanae ai sinodi romani del 501 e 502.
Compatrono di Lipari è l’eremita San Calogero, vissuto – secondo la tradizione – per alcuni anni anche nella maggiore delle Isole Eolie agli inizi del VI secolo. A lui si attribuisce la riscoperta delle sorgenti di acque termali, ancora oggi dette “Terme di San Calogero”, nella contrada di Pianoconte, e l’estinzione dei fuochi di Forgia Vecchia di Pirrera, che tanto danno arrecavano alla popolazione dell’isola.
Al di là delle leggende, diversi indizi – diretti e indiretti – offrono la certezza che tra il VI e il IX secolo monaci ed eremiti trovarono sicuro rifugio nell’arcipelago eoliano, che venne raggiunto anche dalle correnti migratorie dei monaci d’Oriente, come testimonierebbero alcune chiare indicazioni toponomastiche e certe tradizioni che ancora resistono.
Ad uno di questi monaci, vivente a Lipari, si riferisce Gregorio Magno quando narra che costui vide l’anima del re degli ostrogoti Teodorico (+526) precipitata nel cratere di Vulcano da Simmaco e Giovanni I.
Il Palazzo Vescovile di Lipari e la nascita del Museo Diocesano
Nei primi secoli del cristianesimo, a partire dai tempi del Vescovo S. Agatone (III sec. d.C.), i Vescovi di Lipari dovettero fissare la loro residenza lontano dall’acropoli, verosimilmente nell’area intorno all’attuale chiesetta di San Bartolomeo extra moenia, dove – con tutta probabilità – era sorto il primo luogo di culto della primitiva comunità cristiana dell’isola.
Una volta che il Cristianesimo andò affermandosi, i Liparesi edificarono nella stessa zona quel “templum magnum” di cui parla Gregorio di Tours sul finire del VI secolo, per custodire il corpo dell’apostolo San Bartolomeo, approdato prodigiosamente alla spiaggia di Portinente nell’anno 264.
È probabile che la Cattedrale, con la relativa residenza episcopale, sia stata trasferita nel cuore della città alta, l’antica acropoli greca e romana (dove tutt’ora insiste), quando il Cristianesimo s’impose definitivamente sugli altri culti praticati nell’Isola. Verosimilmente essa prese il posto di qualche tempio pagano in una posizione certamente più sicura rispetto al primitivo sito, più scarsamente difendibile dagli attacchi provenienti dal mare.
Dopo il periodo della dominazione araba, durante il quale si registrò un inevitabile arresto nello sviluppo delle strutture ecclesiastiche, ad impiantare nuovamente una chiesa dedicata a San Bartolomeo nel cuore dell’acropoli, con annesso monastero,fu il Conte Ruggero, che affidò l’opera ad una comunità benedettina guidata dall’abate Ambrogio.
Nel momento in cui Lipari divenne di nuovo sede vescovile, nel XII secolo, gli stessi ambienti del monastero vennero utilizzati dai vescovi nominati alla sede di Lipari come loro residenza.
Dopo il terribile sacco del pirata Ariadeno Barbarossa (1544), durante il quale la cittadina fu in massima parte distrutta e la popolazione significativamente decimata tra uccisioni e deportazioni, la Cattedrale – anch’essa saccheggiata e data alle fiamme – fu presto conclusa. Alla fine del ‘500, il vescovo De Mendoza (1593-1598) realizzò un importante intervento di recupero a favore di una vigna, dove nascerà poco più tardi una seconda casa del vescovo, che con il tempo diverrà la residenza attuale.
Un ulteriore ampliamento di quello che sarebbe divenuto il nuovo Palazzo vescovile venne realizzato nel 1725 dal vescovo Platamone che diede all’abitazione un aspetto più decoroso, fissando così nella città bassa la sua sede ufficiale.
L’edificio nella vigna assunse l’aspetto odierno con i lavori fatti eseguire dal vescovo Bonaventura Attanasio fra il 1845 ed il 1856. Questi provvide a piastrellare con maioliche tutte le stanze del Palazzo, facendo porre il proprio stemma nella sala centrale del I piano (sala 5) e sull’arco d’ingresso della cappellina privata, sul cui pavimento – anch’esso in maioliche siciliane – viene riportata la data del 1846.
Intorno al 1870 il vescovo Ludovico Ideo dotò il palazzo di ulteriori sale e sopraelevazioni.
Tra il 1913, quando Mons. Paino lasciò Lipari e si trasferì a Messina sperando nell’attenuazione della polemica col Municipio a motivo della proprietà dei terreni pomiciferi, e il 1928 il Palazzo rimase pressoché disabitato e andò degradandosi. Fu Mons. Bernardino Salvatore Re, cappuccino originario di Palermo, che nel 1928, appena giunto a Lipari, quale nuovo Vescovo, mise in atto un generale restauro del fabbricato,completato nel 1931.
Dopo l’unificazione della Diocesi, avvenuta nel 1986, non essendo più il Palazzo sede abituale della residenza del vescovo, si iniziò a pensare di erigere nell’edificio un Museo diocesano che raccogliesse i beni storico-artistici provenienti da chiese chiuse onon più utilizzati e custoditi nelle sacrestie. Gli interventi per la realizzazione del progetto furono iniziati durante l’episcopato di mons. Giovanni Marra, alla fine degli anni ’90, ma per una serie di circostanze si protrassero per lunghi anni.
A spendersi energicamente per il completamento dei lavori e l’allestimento del percorso museale è stato Mons. Giovanni Accolla che nell’agosto del 2020 inaugura, finalmente, le prime quattro sale ospitanti la pinacoteca, con dipinti su tavola e su tela dal ‘500 alle soglie dell’800.
Nell’estate del 2022 – dopo alcuni necessari interventi di consolidamento – sono state aperte al pubblico altre tre sale, per l’esposizione di argenti e paramenti, e la piccola Cappella, riservata in precedenza all’uso privato del vescovo residenziale.
Unitamente ai lavori di sistemazione degli ambienti museali è stata avviata una consistente operazione di ricognizione del patrimonio che ha condotto al restauro di varie opere pittoriche.
Una parte del Palazzo è stata anche destinata all’Archivio della Diocesi di Lipari che, forse più di ogni altro luogo, custodisce ininterrottamente dalla metà del 1500, dopo il terribile sacco del Barbarossa, la memoria storica dell’intero Arcipelago. Ad esso si aggiungono i preziosi volumi della biblioteca del Seminario di Lipari e del Convento dei Cappuccini.
Ogni sala destinata all’esposizione museale, anche se di modeste dimensioni, è stata dedicata alla memoria di un Vescovo:
Salone d’ingresso: Mons. Pietro Vincenzo Platamone
Sala 1: Mons. Martino D’Acugna
Sala 2: Mons. Girolamo Ventimiglia
Sala 3: Mons. Giuseppe Coppola
Sala 4: Mons. Vincenzo M. De Francisco
Sale 5: Mons. Bonaventura Attanasio
Sala 6: Mons. Francesco Arata
Il salone d’ingresso intende introdurre il visitatore nella storia religiosa delle Eolie attraverso due dipinti che presentano le figure di santità a cui sono legate le maggiori tradizioni del luogo: S. Agatone, San Bartolomeo e San Calogero.
Colui che accede al Museo viene così a trovarsi davanti a due opere che lo aiutano a immergersi nella storia – forse meno conosciuta – delle Isole, invitando anche a visitare i luoghi di interesse naturalistico, scenario di tali eventi.
È in programma di collocare, in copia, le epigrafi funerarie cristiane rinvenute negli scavi archeologici, che testimoniano la presenza di una comunità cristiana già strutturata nel V secolo.
Dalla sala d’ingresso si accede, tramite una scalea di pietra a tre rampe, al piano superiore del Palazzo nelle cui tre sale è possibile ammirare una serie di dipinti suddivisi per periodo storico, a partire dal XVI sec., provenienti da alcune chiese dell’isola non più esistenti o in attesa di interventi di recupero.
Nella I sala sono state allocate le opere afferenti alla seconda metà del cinquecento, la maggior parte delle quali è costituita da dipinti su tavola. La realizzazione di tali manufatti, che si colloca a pochi decenni dal terribile sacco del pirata turco Ariadeno Barbarossa del 1544, testimonia – oltre alle varie devozioni presenti sul territorio e introdotte dall’esterno – i commerci e i non pochi rapporti che Lipari intratteneva con gli scali della Penisola.
Nella II e nella III sala sono ospitate le opere del seicento e del settecento che attestano il grande fervore religioso che, alimentato dal Concilio di Trento, portò a moltiplicare – oltre alle chiese – i decori e le immagini oggetto di venerazione. Impulso notevole in tal senso venne dato anche dagli Ordini religiosi dai quali furono scelti molti dei vescovi di Lipari.
Tali opere sono testimonianza per la loro qualità e per le connotazioni artistiche del gusto della committenza, costituita da prelati e da laici di varia provenienza ed estrazione sociale che in quella temperie storica divenne artefice di una significativa importazione artistica, legata in un primo momento all’ambiente napoletano e poi a quello romano e siciliano.
Nelle tre sale del piano inferiore sono collocati i manufatti in argento, una selezione di paramenti, alcuni documenti d’Archivio particolarmente significativi e i ritratti di alcuni vescovi succedutisi tra ‘700 e ‘800 quali Mons. De Miceli, Mons. De Francisco, Mons. Coppola, Mons. Riggio, Mons. Ideo, Mons. Portelli.
La maggior parte degli oggetti in argento (ostensori, calici, corone devozionali e reliquiari), grazie ai loro punzoni e ad alcune iscrizioni, sono riconducibili al catalogo di artisti la cui attività è ampiamente conosciuta in area siciliana.
Nella V sala sono esposti alcuni paramenti appartenuti a vescovi di particolare importanza per la storia locale: la pianeta rossa di Mons. Ventimiglia, che fece affrescare le volte della Cattedrale agli inizi del settecento; la pianeta verde di Mons. Tedeschi, famoso per essere stato uno dei protagonisti della Controversia Liparitana; la pianeta in rete d’oro di Mons. Angelo Paino, costretto a lasciare le Eolie per la polemica sul possesso dei terreni pomiciferi; la mitria di Mons. Bernardino Re e alcuni oggetti appartenuti a Mons. Attanasio, come la singolare portantinautilizzata per gli spostamenti dal palazzo alla cattedrale.
Nella VI sala ulteriori tele e statue raccontano le numerose devozioni presenti sull’Isola, che portarono all’edificazione di innumerevoli chiese e cappelle disseminate sul territorio.
Si segnalano due sculture di fattura locale in legno provenienti dalle omonime chiesette di San Nicola e San Leonardo, due raffinate sculture in pietra e alcune statue con abiti di stoffa sotto campane di vetro secondo una tradizione assai diffusa nel Meridione d’Italia.
In due grandi espositori è, inoltre, possibile ammirare alcuni manoscritti dell’Archivio storico, tra cui la prima Visita Pastorale a noi giunta e un’interessante pianta geometrica dei terreni della Mensa Vescovile che permette di osservare la conformazione del territorio attorno al Palazzo agli inizi dell’800.































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